Date:12 / 09 / 14

IL VOLTO DELLE IDEE

di Giovanni Robustelli

In questa mostra personale, che sostanzialmente ripercorre, attraverso le opere, il mio dialogo portato avanti con intensità ed entusiasmo con la galleria Spazio Papel, in un progetto di vero e proprio investimento intellettuale, raro ed ambizioso, possiamo scorgere un filo rosso che unisce l’eterogeneità dei temi e dei linguaggi. Tra acquerelli, chine, disegni a biro traspare un’attitudine creativa stabilita nel dare “volto alle idee”. Non intendo l’immagine come meta di un discorso, come raggiungimento di un obiettivo, di un messaggio. Le forme, i colori e il segno sono invece orchestrazioni di significanti, di contenitori. Il disegno non serve alla realizzazione di un’immagine, ma l’immagine è un pretesto per la valorizzazione del segno, ad esempio, o del colore.
Una mia opera non è importante nella sua integrità, non comunica alla pari di un’icona o di un’illustrazione, ma invita il fruitore ad interpretarne ogni sua parte abbandonandosi alle sfumature tonali, alla linea che diventa ritmo e non limite di una forma.
Ogni forma è spazio a sé, svuotato di contenuti fini a se stessi. Lo spazio bianco della superficie, che quasi sempre caratterizza il mio lavoro, amplifica le forme e la loro indeterminatezza. Non si traccia mai una forma compiuta, che da lontano la si scorge con chiarezza. Lo spazio, costituito dalla presenza stessa delle forme, è libero da sagome, da silhouette che possiamo percepire immediatamente ad un primo sguardo. Soltanto avvicinandoci possiamo scorgerne le forme che però sono scomposte dal segno stesso. Nel mio lavoro arriva, quindi, prima il segno.
Nello studio della parola, del significante, attraverso la letteratura, l’opera classica e tutte le forme artistiche in cui il linguaggio parlato è più evidente, cerco di elevare come primo livello di lettura il contenitore e il suo contesto, la sua coerenza, il linguaggio.
L’idea sfugge sempre, in quanto il segno fa continuamente lo sgambetto all’immagine. Il “volto” ne è tirato continuamente fuori anche se lo scorgiamo nel suo divenire. Una superficie in divenire non soltanto nell’aspetto finale ma soprattutto, e questa è una caratteristica del mio lavoro che difficilmente si può osservare (se non vedendomi all’opera), nell’iter creativo e realizzativo.
Non progetto mai l’opera, non realizzo bozzetti e non uso gomme o strumenti che possano aiutarmi a rimediare ad un errore o a un ripensamento. Mi pongo in difetto, nell’abbandono del medium, in una rincorsa continua verso un equilibrio che si deve trovare nel dialogo con lo spazio e con l’incoscienza. Dopo lo studio della parola, per me si tratta di un cimento.
Guardare una mia opera vuol dire cercare il volto dell’idea, ma vuol dire anche rassegnarsi all’idea che di quel volto avremo sempre e soltanto l’impressione di averlo visto e mai la certezza di averne colto l’idea, perché il contenuto siamo noi e dobbiamo imparare a non aspettarci mai nulla dal niente.